
Molte strutture ospedaliere, tutte quelle di Torino, sono vecchie, con stanzoni a più letti e bagni in comune, fattori che da un lato favoriscono le infezioni dall’altro limitano l’efficacia reale degli isolamenti dei malati infetti.
I Pronto Soccorso poi sono sovraffollati, con pochissime o nulle possibilità di reale isolamento e pazienti in barella gli uni accanto agli altri che aspettano quasi sempre più di 48 ore il ricovero. Anche per questo aspetto i nuovi ospedali sono urgenti, mentre per ora sono sulla carta.
I pazienti con infezioni resistenti che vengono dimessi in struttura, dovrebbero proseguire l’isolamento, cosa spesso logisticamente complessa e difficilmente monitorabile dall’asl anche per carenza di personale. Non è raro che cluster di colonizzazione di batteri resistenti si sviluppino proprio nelle Rsa, per la concentrazione di pazienti fragili.
Inoltre, programmi di “uso prudente di antibiotici” o antimicrobial stewardship (promossi a livello nazionale e internazionale da organismi come l’OMS e società scientifiche) prevedono investimenti dall’alto a cascata su tutto il territorio, in termine di strutture, mezzi informatici, infermieri esperti di infection control, infettivologi, farmacisti.
Invece, i colleghi infettivologi di Torino riescono a malapena a coprire le consulenze urgenti delle altre asl periferiche, dove la carenza è gravissima. Per esempio, gli antibiotici di ultima generazione possono e devono essere prescritti solo dallo specialista, che però manca, quindi per i pazienti ricoverati si sovra-prescrivono categorie di farmaci che stanno sviluppando resistenze.
Assumere medici infettivologi è certamente urgente. Come urgente è realizzare dei programmi formativi, anche per i medici di famiglia, per una giusta appropriatezza prescrittiva.

